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Cassandra 2008

Costruisci un sogno che ti aiuti a vivere... ma non morire se svanisce con il tempo.

L'amore seppe allora di chiamarsi amore.
E quando sollevai i miei occhi al tuo nome...
il tuo cuore, d'improvviso, dispose la mia strada. ...

Cassandra 62

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Io sono...
luce…
ed ombra…
inferno …
e paradiso…
bene …
e male…
Io sono femminile …
molto molto irregolare…
 

Ghiaccio e fuoco,
fame e sazietà,
tormento ed estasi.,
Quando l’orgoglio
e la dignità di esistere
si scontrano
con una sottomissione cieca e totale,
quando sono
donna, sorella,
amica, amante,
quando maledico il giorno
che ci siamo incontrati,
quando impazzisco di gioia vedendoti,
o piango fino a sfinirmi
nel silenzio della notte
per non essere riuscita a capirti,
quando fisso i tuoi occhi e il cuore
sembra volermi uscire dal petto,
quando il sangue
mi scorre più forte nelle vene,
quando il tuo corpo mi chiama
e l’istinto cancella ogni pudore,
quando vorrei
non averti mai incontrato,
quando ti odio
perché non posso fare a meno di te,
quando vorrei vederti soffrire,
quando tu ci sei ed un tuo sorriso
cancella ciò che è stato
per ciò che è,
quando penso a ciò che potrebbe essere,
quando non importa il prezzo da pagare
pur di averti,
quando vorrei morire
piuttosto che vederti soffrire,
quando vorrei tradirti,
quando vorrei lasciarti,
quando capisco che sei l’unico
allora so che ti amo.
 

In primo piano: in cammino per la PACE

 

You've got a friend

 
7/2/2009

I bambini osservano... i bambini copiano...

 
 
7/1/2009

R.I.P. (1958 - 2009)

 
 
 
6/29/2009

Anonimo - Ti voglio bene

A Yoghi
 

Ti voglio bene.

 Ti voglio bene non solo per quello che sei,
ma per quello che sono io quando sto con te.
Ti voglio bene
non solo per quello che hai fatto di te stesso,
ma per ciò che stai facendo di me.
Ti voglio bene perché
tu hai fatto più di quanto abbia fatto
qualsiasi fede per rendermi migliore,
e più di quanto abbia fatto
qualsiasi destino per rendermi felice.
L'hai fatto senza un tocco,
senza una parola, senza un cenno.
L'hai fatto essendo te stesso.
Forse, dopo tutto, questo vuol dire
Amare Veramente.

 

Pietronilla Notarantonio - Le donne come me

 
Le donne come me,
si scordan di guardarsi nello specchio,
escon di casa con i capelli incolti,
la fretta e la paura del ritardo;
si veston di colori forti e chiaroscuri.
Dentro le tasche tengon stretti i pugni,
han piedi nudi e dentro agli occhi il sole.
Le donne come me ripartono da capo ogni mattino,
han conti da pagare ed altro a cui pensare;
leggono socchiudendo un po' le labbra per lo stupore
e a volte ritornano sulle parole;
han bisogno di tempo per capire,
han bisogno di sogni da inseguire.
Le donne come me, eterne bambine,
hanno storie da raccontare a chi le sa sentire.
6/25/2009

SOSTITUZIONE UOMO E DONNA

 

 Un uomo, stanco di andare al lavoro ogni giorno mentre la moglie se ne stava a casa, pregò il Signore:

 - Mio Dio, io vado tutti i giorni al lavoro per 8 ore mentre mia moglie sta semplicemente a casa. Vorrei tanto sapere cosa si prova ad invertire i ruoli, perciò ti prego: permetti che il suo corpo si scambi con il mio. Amen!

Dio, nella sua infinita saggezza, accettò la richiesta dell'uomo. La mattina seguente l'uomo si svegliò come donna. Si alzò, preparò la colazione per la famiglia, svegliò I bambini, li vestì per la scuola, li fece mangiare e preparò il loro pranzo, li portò a scuola; tornò a casa ed avviò la lavatrice, andò in tintoria ed in banca per fare un deposito, si fermò alla posta per pagare dei conti correnti, passò dal negozio di alimentari e infine riportò a casa la spesa. A casa pulì la cassetta del gatto e diede da mangiare al cane. Era già l'una del pomeriggio, quindi si sbrigò a fare i letti ed a pulire i bagni ed i pavimenti. Poi corse a scuola a riprendere i figli e sulla  strada di casa parlò con loro di quanto era successo a scuola. Preparò per loro una merenda e gli organizzò il pomeriggio, poi cominciò a stirare mentre cercava di guardare un programma che le piaceva alla televisione. Alle 18:30 cominciò a sbucciare le patate e a lavare l'insalata, a cuocere la carne ed a preparare il sugo per la pasta. Dopo cena, lavò i piatti, pulì la cucina, raccolse il bucato, fece il bagno ai bambini e li mise a letto. Alle 21, esausto e  senza aver finito i suoi impegni giornalieri, andò a letto dove, tentando di non lamentarsi, fece l'amore. La mattina seguente l'uomo si svegliò, saltò giù dal letto e immediatamente rivolse una preghiera al Signore:

 - Mio Dio, adesso so quanto era insensato provare invidia per mia moglie che può stare a casa tutto il giorno! Ti prego dal profondo del mio cuore, fa tornare tutto come prima!
 - Dio, nella sua infinita saggezza, rispose: figlio mio, penso che tu abbia imparato la lezione, e sarò contento di riportare le cose come erano prima. Dovrai solo aspettare nove mesi, però: ieri notte sei rimasto incinta!

6/24/2009

La lite dei cinque viandanti – storia Sufi

 

Nel caravanserraglio del Sultanhani cinque pellegrini provenienti da varie contrade dell'Asia si accordarono per proseguire il cammino insieme, perché tutti andavano alla Mecca.

Il giorno seguente, mentre tutti chiacchierando camminavano alla volta di Konya, videro per terra un dinaro d'argento.

Subito quello che lo raccolse propose: " Comperiamo del mafil e dividiamocelo".

Il secondo disse: "D'accordo per dividercelo, ma io preferisco che si comperi dell'uzum".

"Io non conosco né uzum né mafil - disse il terzo - ma ho proprio voglia di balesh. Compriamo del balesh e dividiamocelo in parti uguali".

Il quarto, però, protestando, affermava che nulla fosse meglio del bestan, e che un dinaro di bestan ci voleva proprio.

Ma il quinto, un poco infuriato gridò: "Tacete tutti: a Konya prenderemo del rektaf. Nel mio paese si loda il rektaf di Konya e io non ne ho mai mangiato. Dobbiamo comperare del rektaf e nient'altro".
Si misero tutti a discutere e a litigare.

S stavano già per venire alle mani quando scorsero un maestro sufi passare poco distante.

Decisero allora di rimettere a lui la soluzione del diverbio e, raggiuntolo, gli spiegarono tutta la cosa. "Bene - ripose - venite con me. Risolverò il vostro problema con piena soddisfazione di tutti".
Giunti a Konya li portò da un fruttivendolo, dal quale comprò un dinaro d'uva, e tutti furono contenti, poiché infatti quella volevano, pur chiamandola ciascuno con il termine precipuo della propria lingua.

 

Così, pur se lo chiamano con nomi differenti, dal momento che tutti parlano di Dio, perché litigano?

6/23/2009

Cleonice Parisi - Ti sedurrò

A Yoghi

 

Ti sedurrò…
Anelo e bramo d’essere in te
scioglierò il mio cuore
nel tuo grande mare
per poi specchiarmi attraverso la tua essenza.
E poi sorvolando le montagne del tuo dire
i grandi mari delle tue stanchezze
ascoltando la voce della tua anima
giungerò al centro del tuo cuore.
Ti sedurrò…
Affascinandoti con la forza grande della mia essenza
sentirai la passione confonderti la mente
e saranno i tuoi stessi pensieri a condurti a me.
Ti Sedurrò
Servendomi della tua anima
per ammansuetire
la tua ribelle natura.
Ti sedurrò…
Circuendo le tue convinzioni,
addolcendo i tuoi alti picchi
col soffio leggero del mio sentire.
E per la tua sete io sarò l’acqua che inebria.
Ti sedurrò…
Sarai nel mio cuore ogni giorno prima ancora
che brina tocchi foglia
e al risveglio di ogni sole io tornerò a cantarti.
Ti sedurrò…
E accarezzandoti il cuore,
sentirai i miei passi profanare il tuo scrigno
non per prendere, ma per donare.
Ti sedurrò…
e nel gioco dell’amore tu diverrai specchio
affinché io possa riflettermi
.

 

  

6/21/2009

Wislawa Szymborska - Monologo per Cassandra

 
Sono io, Cassandra.
E questa è la mia città sotto le ceneri.
E questi i miei nastri e la verga di profeta.
E questa è la mia testa piena di dubbi.
E' vero, sto trionfando.
I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.
Solamente i profeti inascoltati
godono di simili viste.
Solo quelli partiti con il piede sbagliato,
e tutto poté compiersi tanto in fretta
come se non fossero mai esistiti.
Ora lo rammento con chiarezza:
la gente vedendomi si interrompeva a metà.
Le risate morivano.
Le mani si scioglievano.
I bambini correvano dalle madri.
Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.
E quella canzoncina sulla foglia verde -
nessuno la finiva in mia presenza.
Li amavo.
Ma amavo dall'alto.
Da sopra la vita.
Dal futuro. Dove è sempre vuoto
e da dove nulla è più facile del vedere la morte.
Mi dispiace che la mia voce fosse dura.
Guardatevi dall'alto delle stelle - gridavo -
guardatevi dall'alto delle stelle.
Sentivano e abbassavano gli occhi.
Vivevano nella vita.
Permeati da un grande vento.
Con sorti già decise.
Fin dalla nascita in corpi da commiato.
Ma c'era in loro un’umida speranza,
una fiammella nutrita del proprio luccichio.
Loro sapevano cos'è davvero un istante,
oh, almeno uno, uno qualunque
prima di -
E' andata come dicevo io.
Però non ne viene nulla.
E questa è la mia veste bruciacchiata.
E questo è il mio ciarpame di profeta.
E questo è il mio viso stravolto.
Un viso che non sapeva di poter essere bello.
6/17/2009

Ridi !!!

 

IL CUORE DI UNA DONNA E' COME IL CIRCO:
C'è sempre posto per un buffone in più...

COSA SI DEVE DARE AD UN UOMO CHE PENSA DI AVERE TUTTO?
Una donna per spiegargli come funziona!

PERCHÉ LE VEDOVE NERE AMMAZZANO IL MASCHIO

DOPO L'ACCOPPIAMENTO?
Per non sentirlo russare.

PERCHÉ GLI UOMINI VOGLIONO SPOSARE UNA RAGAZZA ANCORA VERGINE?
Perché non sopportano le critiche.

QUAL E' L'UOMO PIÙ INTERESSANTE IN ITALIA?
Il turista

PERCHÉ DIO HA CREATO L'UOMO?
Perché i vibratori non tagliano l'erba.

COSA HANNO IN COMUNE IL CLITORIDE, GLI ANNIVERSARI ED IL WATER?
Che gli uomini non ci azzeccano mai!

PERCHÉ MOLTE DONNE FINGONO L'ORGASMO?
Perché molti uomini fingono nei preliminari

PERCHÉ SOLO IL 10% DEGLI UOMINI VA IN PARADISO?
Perché se ci andassero tutti sarebbe l'inferno!

QUAL E' LA DIFFERENZA TRA GLI UOMINI ED I MAIALI?
I maiali non diventano uomini quando hanno bevuto

QUAL E' LA DIFFERENZA TRA UN UOMO ED UN PAPPAGALLO?
Ad un pappagallo puoi insegnare a parlare a modo.

COS'E' CHE LE DONNE ODIANO DI PIU'

QUANDO STANNO FACENDO SESSO DI BUONA QUALITA'?
"Cara, sono rientrato!"

PERCHÉ GLI UOMINI A LETTO SONO COME IL CIBO SCALDATO NEL MICROONDE?
30 secondi ed è tutto fatto!

QUAL E' LA MALATTIA CHE PARALIZZA LE DONNE DALLA CINTOLA IN GIU'?
Il matrimonio

COSA E' SUCCESSO A QUELLA DONNA CHE E' RIUSCITA A CAPIRE GLI UOMINI?
E' morta dalle risate e non ha avuto il tempo di raccontarlo a nessuno.

PERCHÉ GLI UOMINI HANNO LA COSCIENZA PULITA?
Perché non la usano mai.

COSA SUCCEDE AD UN UOMO QUANDO INGOIA UNA MOSCA VIVA?
Si ritrova con più neuroni attivi nello stomaco che nel cervello!!!

PERCHÉ DIO HA CREATO PRIMA L'UOMO E POI LA DONNA?
Perché gli esperimenti si fanno prima con gli animali e poi con gli umani!!!

 

PERCHÉ AGLI UOMINI PIACCIONO LE DONNE INTELLIGENTI?
Perché gli opposti si attraggono!

QUAL E' IL LIBRO PIÙ SOTTILE DEL MONDO?
"Tutto ciò che gli uomini sanno sulle donne"

QUAL E' LA DIFFERENZA TRA GLI UOMINI E LA FRUTTA?
La frutta prima o poi matura.

PERCHÉ LE PILE SONO MEGLIO DEGLI UOMINI?
Perché le pile perlomeno un lato positivo ce l'hanno.

IN COSA SI SOMIGLIANO GLI UOMINI E LE LUMACHE?
Entrambi si trascinano, hanno le corna e credono che la casa sia loro!!!

PERCHÉ UN UOMO NON PUÒ AVERE UN BUON CARATTERE

ED ESSERE INTELLIGENTE ALLO STESSO TEMPO?
Perché sennò sarebbe una donna!!!

COSA DISSE DIO DOPO AVER CREATO L'UOMO?
Posso fare di meglio.

PERCHÉ SONO NECESSARI MILIONI DI SPERMATOZOI

PER FECONDARE UN SOLO OVULO?
Perché gli spermatozoi sono maschi

e non si fermerebbero mai a chiedere informazioni sulla strada giusta.

QUANDO UN UOMO PERDE IL 90% DELLA SUA INTELLIGENZA?
Quando diventa vedovo

E QUANDO PERDE IL RESTANTE 10%?
Quando muore il cane...

Eros Ramazzotti & Giorgia - Amarti è l'immenso per me

A Yoghi
 

Fino a te ho aperto i miei occhi e vedo
fino a te amarti è l'immenso per me
anche se in fondo non so se ci credi
penso che amarti è l'immenso per me …
cosa cerco non lo so ma so che adesso
sei tutto ciò che trovo io!
Fammi camminare lungo gli argini di una certezza
calmami le rapide del cuore…
dammi una partenza per rispondermi
di quanta notte c'è per raggiungere te!
Fino a te raggiungerti in ogni senso
fino a che amarti è l'immenso per me!
E anche se qualche volta so di esagerare un po'
quando corro la mia vita che più forte non si può
anche se la mia testa è un viavai di fantasie
troppo perse troppo mie …
posso farcela con te …

Fino a teio voglio arrivarti dentro
ora che le mani mi portano…
fino a te raggiungerti in ogni senso
fino a che amarti è l'immenso per me …

 
 
6/16/2009

Per non dimenticare: SOWETO

 

 

Yvonne Chaka Chaka, musicista e donna d'affari sudafricana, Goodwill Ambassador dell'UNICEF per l'Africa orientale e meridionale, invita alla riflessione e all'azione in occasione della 30° Giornata del Bambino Africano.

Soweto (Sudafrica), 15 giugno 2006 –

Sono nata e cresciuta a Soweto. Mia madre vive ancora lì. Soweto è un luogo sempre presente nella mia anima, nel mio cuore, nelle mie vene. Una volta che Soweto ti tocca, non se ne va più via... La "città dei neri" situata a sud-ovest, nota come Soweto (South-West Township), si è sviluppata da un primo insediamento avvenuto nel 1904 da parte di minatori neri ai margini di una metropoli moderna. Oltre al fitto intrecciarsi delle case colorate rivestite da lamiere di ferro ondulato brillantemente colorate, il ritmo del sobborgo pervade la politica, la moda, la musica, la danza e la lingua nazionale. 

Il battito cardiaco di Soweto echeggia attraverso tutta l'Africa. Per quelli abbastanza vecchi da ricordarsene, Soweto simboleggia il coraggio.
Nel 1976, anno in cui era in pieno vigore la segregazione razziale dovuta all'apartheid, i ragazzi della mia età, (avevo 11 anni all'epoca), furiosi di dover imparare l'afrikaans - considerata la lingua degli oppressori - decisero di protestare e di scendere in piazza.  Il 16 giugno 1976 diecimila di loro, principalmente studenti, si riversarono nelle strade di Soweto e sfilarono in dimostrazioni pacifiche. Le autorità risposero con la forza.

La polizia armata lanciò gas lacrimogeni sulla folla e gli studenti risposero con il lancio di pietre. Al termine degli scontri, 152 ragazzi giacevano a terra privi di vita. Le proteste continuarono anche nel '77, anno in cui la repressione aveva già mietuto oltre 700 giovani vite. Il 26 giugno di quell'anno, il governo revocò l'insegnamento dell'afrikaans nelle scuole frequentate esclusivamente dai neri: un trionfo per il movimento anti-apartheid.

Quindici anni più tardi, nel 1991, l'Organizzazione dell'Unità Africana, in onore della rivolta di Soweto, dichiarò il 16 giugno "Giornata del bambino africano", attestando ufficialmente il contributo dei bambini alla lotta contro l'apartheid.

  

Quando la famiglia non è un luogo sicuro

 

Quest'anno celebriamo questa ricorrenza all'insegna della lotta contro la violenza sui bambini. Le notizie di ragazze giovani, soprattutto orfane, violentate o molestate compaiono quotidianamente sui mass media. I responsabili - spesso padri, zii o vicini - rimangono impuniti perché gli addetti delle forze di polizia e i tutori della legge, considerano questi crimini come "fatti privati", dispute domestiche. Per questi bambini, la famiglia, sinonimo di pace e sicurezza - si trasforma in un luogo di ingiustizia e in una fonte di orrore quotidiano. Laddove esistono istituzioni preposte a fornire protezione ai bambini abusati, sono deplorevolmente inadeguate o sotto finanziate. Così, la violenza che è all'origine del ricovero, viene trasferita semplicemente all'istituzione.

 

Abusi perpetrati nelle scuole

 

Gran parte dei bambini subisce qualche forma di violenza in ambito scolastico. I bambini sono picchiati, fustigati o percossi dalle autorità scolastiche, il cui dovere sarebbe proprio quello di proteggerli dalla violenza!
Le punizioni corporali trasmettono ai bambini il messaggio fuorviante che la punizione fisica è il metodo più giusto per risolvere i problemi. Esse non dovrebbero essere permesse, in quanto legittimano la violenza. Uno studio recente della Fondazione Nelson Mandela ha evidenziato che gli scolari delle scuole rurali dell'Africa meridionale vengono puniti fisicamente per essere in ritardo, spesso per colpa dei genitori che avevano affidato loro incombenze domestiche da portare a termine prima di recarsi a lezione. Talvolta gli scolari vengono puniti per il mancato pagamento delle tasse scolastiche.
Le ragazze adolescenti sono invece più esposte al rischio di violenza sessuale, soprattutto da parte di insegnanti maschi. In paesi con alti tassi di prevalenza dell'HIV/AIDS, l'abuso sessuale non danneggia semplicemente la vittima, spesso è sinonimo di morte.

Anche i maschi tuttavia subiscono violenze. Bulli e prepotenti vagano per i locali della scuola causando danni psicologici devastanti sulle loro vittime.

 

E' necessaria un'azione incisiva

 

La violenza contro i bambini deve essere fermata. Come fare? Come può l'Africa evitare che la violenza sommerga le vite dei suoi figli?
Abbiamo bisogno di un atteggiamento risoluto delle leadership politiche. Il 16 giugno del 1991 i presidenti degli Stati africani dichiararono che "i bambini africani non dovranno più subire gli abusi come nel massacro di Soweto", ma le cerimonie non bastano.

I governi devono prendere due misure importanti, e al più presto. In primo luogo, devono imporre leggi severe e in grado di proteggere i bambini sotto tutti gli aspetti. In secondo luogo, devono garantire che queste leggi siano applicate e fatte rispettare.

Nel 2003, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha incaricato un esperto indipendente, il professor Paulo Sergio Pinheiro, di redigere uno studio sul fenomeno della violenza sui bambini in tutte le sue forme.
Il rapporto Pinheiro, che sarà presentato all'Assemblea Generale nel prossimo mese di ottobre, indicherà anche le misure che i governi e la comunità internazionale devono attuare per rendere il mondo un luogo più sicuro per i bambini.

La violenza genera violenza. Soltanto un'azione ferma e decisa contro la violenza sui bambini renderà il giusto merito al tributo che i giovani eroi di Soweto hanno pagato.

6/12/2009

Pedro Salinas - E sta abbracciata a te

A Yoghi
 

Il modo tuo d'amare è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti abbandoni è il silenzio.
I tuoi baci sono offrirmi le labbra perché io le baci.
……………………

E sto abbracciata a te
senza chiederti nulla, per timore
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciata a te
senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d'amarti solo io.

 

6/10/2009

Le donne e ... la toilette...

scopiazzata da F.B.... grazie Chenoa!
 

Il grande segreto di tutte le donne rispetto ai bagni, risale a quando, da bambina, tua mamma ti portava in bagno, puliva la tavolozza, ne ricopriva il perimetro con la carta igienica e poi ti spiegava: "MAI, MAI appoggiarsi sul gabinetto" e poi ti mostrava "la posizione" che consiste nel bilanciarsi sulla tazza facendo come per sedersi ma senza che il corpo venga a contatto con la tavolozza. "La posizione" è una delle prime lezioni di vita di una bambina, importantissima e necessaria, che ci accompagnerà per il resto della vita. Ma ancora oggi, da adulte, "la posizione" è terribilmente difficile da mantenere quando hai la vescica che sta per esplodere. Quando "devi andare" in un bagno pubblico, ti ritrovi con una coda di donne che ti fa pensare che dentro ci sia Brad Pitt. Allora ti metti buona buona ad aspettare, sorridendo amabilmente alle altre che aspettano anche loro con gambe e braccia incrociate. È la posizione ufficiale di "me la sto facendo addosso".

Finalmente tocca a te, ma arriva sempre la mamma con "la bambina piccola che non può più trattenersi" e ne approfittano per passare avanti tutte e due!

A quel punto controlli sotto le porte per vedere se ci sono gambe.

Sono tutti occupati. Finalmente se ne apre uno e ti butti  addosso alla persona che esce. Entri e ti accorgi che non c'è la chiave (non c'è mai); non importa... Appendi la borsa a un gancio sulla porta, e se non c'è (non c'è mai), ispezioni la zona: il pavimento è pieno di liquidi non ben definiti e non osi poggiarla lì, per cui te la appendi al collo ed è pesantissima, piena com'è di cose che ci hai messo dentro, la maggior parte delle quali non le usi ma le tieni, perché non si sa mai. Tornando alla porta... Dato che non c'è la chiave, devi tenerla con una mano, mentre con l'altra ti abbassi i pantaloni e assumi "la  posizione"... Ahhhhhh... finalmente...

A questo punto cominciano a tremarti le gambe... perché sei sospesa in aria, con le ginocchia piegate, i pantaloni abbassati che ti bloccano la circolazione, il braccio teso che fa forza contro la porta e una borsa di 5 chili appesa al collo. Vorresti sederti, ma non hai avuto il tempo di pulire la tazza né di coprirla con la carta, dentro di te pensi che non succederebbe nulla ma la voce di tua madre ti risuona in testa "non sederti mai su un gabinetto pubblico!", così rimani nella "posizione", ma per un errore di calcolo un piccolo zampillo ti schizza sulle calze!!! Sei fortunata se non ti bagni le scarpe. Mantenere "la posizione" richiede grande concentrazione. Per allontanare dalla mente questa disgrazia, cerchi il rotolo  di carta igienica ma cavolo...! non ce n'è...! (mai).

Allora preghi il cielo che tra quei 5 chili di cianfrusaglie che hai in borsa ci sia un misero kleenex, ma per cercarlo devi lasciare andare la porta, ci pensi su un attimo, ma non hai scelta. E non appena lasci la porta, qualcuno la spinge e devi frenarla con un movimento brusco, altrimenti tutti ti vedranno semiseduta in aria con i pantaloni abbassati. NO!! Allora urli "OC-CU-PA-TOOO!!!", continuando a spingere la porta con la mano libera, e a quel punto dai per scontato che tutte quelle che aspettano fuori abbiano sentito. Adesso  puoi lasciare la porta senza paura, nessuno oserà aprirla di nuovo (in questo noi donne ci rispettiamo molto) e ti rimetti a cercare il fazzolettino, vorresti usarne un paio ma sai quanto possono tornare utili in casi come questi e ti accontenti di uno, non si sa mai. In questo preciso momento si spegne la luce automatica, ma in un cubicolo così minuscolo non sarà tanto difficile trovare l'interruttore! Riaccendi la luce con la mano del fazzolettino, perché l'altra sostiene i pantaloni, conti i secondi che ti restano per uscire di lì, sudando perché hai su il cappotto che non avevi dove appendere e perché in questi posti fa sempre un caldo terribile. Senza contare il bernoccolo causato dal colpo di porta, il  dolore al collo per la borsa, il sudore che ti scorre sulla fronte, lo schizzo sulle calze... il ricordo di tua mamma che sarebbe imbarazzatissima se ti vedesse così; perché il suo sedere non ha mai toccato la tavolozza di un bagno pubblico, perché davvero "non sai quante malattie potresti prenderti qui".

Ma la debacle non è finita... sei esausta, quando ti metti in piedi non senti più le gambe, ti rivesti velocemente e soprattutto tiri lo sciacquone! Se non funziona preferiresti non uscire più da quel bagno, che vergogna! Finalmente vai al lavandino. È tutto pieno di acqua e non puoi appoggiare la borsa, te la appendi alla spalla, non capisci come funziona il rubinetto con i sensori automatici e tocchi tutto finché riesci finalmente a lavarti le mani in una posizione da gobbo di Notre Dame per non far cadere la borsa nel lavandino; l'asciugamano è così scarso che  finisci per asciugarti le mani nei pantaloni, perché non vuoi sprecare un altro kleenex per questo!

Esci passando accanto a tutte le altre donne che ancora aspettano con le gambe incrociate e in quei momenti non riesci a sorridere spontaneamente, cosciente del fatto che hai passato un'eternità là dentro. Sei fortunata se non esci con un pezzo di carta igienica attaccato alla scarpa o peggio ancora con la cerniera abbassata! Esci e vedi il tuo ragazzo che è già uscito dal bagno da un pezzo e gli è rimasto perfino il tempo di leggere Guerra e Pace mentre ti aspettava. "Perché ci hai messo tanto?" ti chiede irritato. "C'era molta coda" ti limiti a rispondere.

E questo è il motivo per cui noi donne andiamo in bagno in gruppo, per solidarietà, perché una ti tiene la borsa e il cappotto, l'altra ti tiene la porta e l'altra ti passa il kleenex da sotto la porta; così è molto più semplice e veloce perché tu devi concentrarti solo nel mantenere "la posizione". E la dignità.....

 

6/3/2009

Ma Jian - Tienanmen, venti anni dopo

La brutale repressione del 4 giugno 1989.

La volontà del potere di far dimenticare i morti.
Ma anche il desiderio dei testimoni di perpetuare la memoria.
Il reportage tra passato e presente di un grande scrittore

 

 

Duemila anni fa, meditando sull'ininterrotto fluire del tempo, Confucio rivolse lo sguardo a un fiume, sospirò e disse: "Ciò che passa è così, non si ferma mai, giorno e notte...". In Cina il tempo può sembrare simultaneamente immobile e inarrestabile. Il Massacro di Tienanmen, che venti anni fa sconvolse Pechino, provocò la morte di migliaia di cittadini inermi, cambiò per sempre la vita di milioni di cinesi, pare oggi relegato nel Ventesimo secolo, dimenticato o ignorato, mentre la Cina prosegue la sua cieca corsa verso il futuro.


L'amnesia alla quale la Cina ha finito col soccombere non è dovuta a una naturale perdita di memoria, ma a un'opera di rimozione forzata voluta dallo Stato. Il Regime Comunista cinese non tollera neppure che si parli del massacro, ma la Piazza Tienanmen e altri luoghi collegati agli eventi del 1989 sono saturi di ricordi. Quando si censurano le parole, scritte o pronunciate che siano, il paesaggio urbano assume una risonanza maggiore e diventa l'unico legame concreto di una nazione col proprio passato.


Lasciai Pechino nel 1987, poco prima che i miei libri fossero messi all'indice. Ho continuato però a farvi ritorno a intervalli più o meno regolari e nel 1989 mi trovai in Piazza Tienanmen insieme agli studenti, vissi nelle loro tendopoli improvvisate, mi unii anch'io al loro coro entusiasta dell'Internazionale. Nei venti anni passati, ogni volta che ho fatto ritorno a Pechino, ho rievocato i ricordi di quei giorni con sempre maggiore intensità. Nell'agosto scorso, durante le Olimpiadi di Pechino, ho accompagnato in Piazza Tienanmen mio figlio, che adesso ha cinque anni. Lungo tutto il tragitto i nostri movimenti sono stati costantemente monitorati dalle telecamere della CCTV già nell'ascensore del nostro condominio e fuori dalla cancellata del nostro quartiere, dai dispositivi di intercettazione a bordo del nostro taxi, dalla polizia armata che pattuglia ogni strada e dalle guardie di sicurezza che ci hanno perquisito prima di autorizzarci ad accedere alla piazza. Siamo usciti dal sottopassaggio e abbiamo finalmente messo piede a Tienanmen. A eccezione di un folto plotone di poliziotti, di agenti in borghese (per altro immediatamente riconoscibili dagli occhiali scuri e dalle camicie Aertex a righine) e di composizioni floreali di cattivo gusto, la vasta piazza quadrata di cemento, grande come nove campi da calcio, era pressoché deserta.


Nella primavera del 1989, la Piazza era stata invasa dagli studenti e dagli abitanti di Pechino che vi inscenarono la più grande protesta pacifica della storia: chiedevano dialogo, esercitavano pressioni per poter trattare con la leadership comunista, e ambivano in definitiva alla libertà e alla democrazia. La Piazza, gremita all'inverosimile, in quei giorni divenne il cuore pulsante dell'intera città. La polizia pareva scomparsa. Fu una manifestazione pacifica di anarchia nobile, entusiasta e sorprendentemente ordinata.

Mio figlio si è avviato di corsa in direzione del punto esatto dove venti anni prima gli studenti avevano eretto una gigantesca riproduzione in polistirolo della Statua della Libertà. Si è girato e ha guardato verso nord, verso le mura di Tienanmen, l'ingresso alla Città Proibita, dove un tempo vissero gli imperatori cinesi. Nel 1949 proprio da quelle mura Mao proclamò la fondazione della Repubblica Popolare. L'anno scorso le pareti rosso sangue della mura erano ricoperte da ponteggi, impalcature e reti verdi. In coincidenza di periodi delicati per la politica, quelle mura sono invariabilmente ricoperte per "urgenti lavori di riparazione", così che la folla non possa avvicinarsi abbastanza da potervi scarabocchiare slogan sovversivi. L'unica porzione di mura che i turisti sono stati in grado di fotografare l'anno scorso era quella con il ritratto del Presidente Mao che sovrasta l'arco centrale.


Mio figlio ha fissato con attenzione la faccia rosea e paffuta del despota, e mi ha chiesto chi fosse. "Mao Zedong" ho risposto. "Ed è morto?" ha domandato ancora, col sudore che gli imperlava le guance. "È morto parecchi anni fa. Il suo corpo riposa in quell'edificio là" gli ho spiegato, indicando il mausoleo grigio di cemento alle nostre spalle. Mio figlio si è girato ed è partito di corsa in direzione di un carretto di gelati. Ciò mi ha riportato alla memoria ancora una volta il 1989, quando dovetti attraversare di corsa l'intera Piazza - nella medesima intollerabile calura - con un sacchetto nello zaino pieno di ghiaccioli per i miei amici scrittori che avevano marciato fino alla Piazza dall'Accademia di Scrittura Lu Xun per reclamare la libertà di parola e chiedere che venisse posta fine alla corruzione del governo. Mentre sfilavano, con le dita a "V" avevo fatto in loro direzione il segno della vittoria. Quel giorno in Piazza era sceso oltre un milione di persone. Il cielo era azzurro come in quel momento, ma invece del profumo di fiori e di erba verde, l'aria era impregnata dell'acre olezzo di sudore di tutta quella gente, dei rifiuti in decomposizione, delle esuberanti urla di protesta.

 

Mentre mio figlio curiosava nel banchetto dei gelati, ho guardato in alto verso il ponte sul canale Jinshui che costeggia le mura di Tienanmen: era gremito di poliziotti, di guardia in quel punto per evitare che qualche manifestante antigovernativo si suicidi buttandosi giù. Cinque anni fa un pechinese di nome Ye Guoqiang ha tentato di suicidarsi proprio lì, in segno di protesta perché la sua casa gli era stata espropriata a forza per far posto a un cantiere dei Giochi Olimpici. È stato condannato a due anni di carcere per aver messo lo Stato in una situazione imbarazzante. Nel leggere la sentenza il giudice ha sottolineato: "Se proprio vuole farla finita, lo faccia nella privacy della sua abitazione e non sotto il naso del Presidente". I cittadini, insomma, possono farsi ammazzare a colpi di arma da fuoco sotto il ritratto di Mao, ma non possono suicidarsi lì.


Dirimpetto al Museo di storia cinese sul lato orientale della Piazza ho scattato una fotografia a mio figlio, in piedi davanti a una composizione floreale in vaso alquanto vistosa, bordeaux, gialla e arancione. Lo slogan sovrastante scandiva: "Un unico mondo, un unico sogno". All'inizio del maggio 1989, durante lo sciopero della fame in massa degli studenti, avevo avvisato la mia amica che se l'esercito avesse fatto irruzione nella Piazza puntandoci addosso le armi, l'avrei presa e trascinata di corsa nel Museo. Lei era scoppiata a ridere e aveva risposto: "Pensi davvero che ci spareranno addosso? Sei matto?". Indossava un cappello di paglia - rammento - e sulla falda anteriore comparivano le parole: "Tristezza! Gioia!". Al pari di quasi chiunque altro, anche lei non riusciva a credere che l'Esercito Popolare potesse sparare su civili inermi.


Il 28 maggio 1989 mio fratello ebbe un incidente nella nostra città natale di Qingdao e cadde in coma. Io lasciai immediatamente Pechino per andare ad assisterlo e di conseguenza non fui presente al massacro del 4 giugno. (Forse, se lo fossi stato, non sarei in grado di parlarne). La mia amica Li Lanju, a capo di un'associazione studentesca di Hong Kong mi ha raccontato che all'alba del4 giugno anche lei era seduta proprio davanti al Museo. Vide soldati dell'Esercito popolare di liberazione uscire in massa dal Museo con gli elmetti in testa e allinearsi sui gradini lì davanti. Un ragazzetto di una quindicina d'anni corse verso di loro con una pietra in mano, gridando: "Avete appena ucciso mio fratello! Io vendicherò la sua morte!". Li Lanju si precipitò dietro di lui, riuscì a fermarlo e a riportarlo indietro. Ma dopo poco, un uomo corse via trasportandolo tra le braccia: il ragazzino era morto e il suo volto era completamente ricoperto di sangue. Il Museo di storia cinese non conserva testimonianza alcuna di questi eventi, svoltisi sui gradini del suo stesso ingresso.


Ho raggiunto mio figlio e gli ho comperato un gelato a forma di panda su uno stecco. (Tornati a Londra, un mese dopo, sua madre e io saremmo rimasti atterriti venendo a sapere che tutti i prodotti a base di latte con i quali avevamo nutrito nostro figlio e la sua sorellina di tre anni erano contaminati da melanina, che provoca calcoli renali. Il governo cinese sapeva che allevatori senza scrupolo adulteravano il latte per aumentare i loro margini di guadagno, ma aveva censurato ogni notizia in merito per evitare di scalfire la smagliante propaganda per le Olimpiadi).

Più a sud, mio figlio ha voluto scattarmi una foto in posa davanti a un altro slogan: "Partecipo, contribuisco, gioisco". Lo Stato ormai controlla non soltanto gli spazi pubblici di Pechino, ma anche la lingua. Gli slogan sbandierati in tutta la città alterano il contenuto di parole un tempo significative. Nel 1989 sapevamo che cosa volesse dire "partecipazione"; vivevamo con gioia il contributo alla storia del nostro Paese e condividevamo con tutto il mondo l'anelito alla libertà. Il successo di Solidarnosc in Polonia, i cortei di studenti che marciavano per noi a Taiwan, Washington e Parigi ci infondevano la sensazione che il mondo fosse davvero unito da un unico sogno comune. Da allora, i Comunisti hanno fatto tutto quello che era loro possibile fare affinché i cinesi criticassero le democrazie straniere, e hanno continuato a escludere i cittadini da qualsiasi questione di pertinenza dello Stato. Quando le parole "partecipazione", "sogno", "gioia" sono pronunciate dai despoti diventano brutte parole prive di significato.

Continuando a camminare abbiamo superato il mausoleo di Mao e i miei pensieri ancora una volta sono tornati al 1989, quando uno studente nella mia tenda mi aveva rivelato di provare l'impulso irrefrenabile di riunire un gruppetto di amici, fare irruzione nel mausoleo, trascinarne fuori il corpo di Mao e gettarlo nel canale Jinshui. Era infatti dell'opinione che finché il corpo imbalsamato di Mao fosse rimasto nella Piazza, la Cina non avrebbe mai avuto pace.


Stanco e turbato ho preso mio figlio per mano e l'ho accompagnato al di là della strada nel distretto di Qianmen. Nel 1989 avevo fatto spesso delle capatine nelle sue strade affollate e frenetiche alla ricerca di una ciotola di noodle. In quei giorni i commercianti distribuivano bibite gratis e panini ai manifestanti affamati. Ho sentito anche dire che quando il 4 giugno gli studenti furono allontanati a forza dalla Piazza, gli ambulanti andarono in giro con cesti pieni di scarpe da ginnastica da offrire a quelli di loro che le avevano perdute nella calca. L'anno scorso, insieme a mio figlio, il posto mi è parso pressoché irriconoscibile. Nel periodo di preparazione ai Giochi Olimpici gli edifici risalenti alla Dinastia Ming lungo la strada principale, con le loro splendide decorazioni di pietra scolpita e i tetti di legno, sono stati spianati e sostituiti da insipide repliche moderne di quello che c'era in precedenza. Sono rimasto a osservare quell'assortimento kitsch che ci circondava, mentre i residenti si aggiravano meravigliati, riprendendo tutto con le cineprese, ridotti al ruolo di turisti nelle loro stesse stradine secondarie.

Dopo un po', il senso di alienazione dal passato diventa opprimente ed è difficile riprendere i contatti con i propri amici. Appena arrivato a Pechino, qualche settimana prima delle Olimpiadi, la polizia segreta mi ha convocato allo Sheraton Hotel, e mentre bevevamo caffè e mangiavamo una fetta di torta mi ha comunicato, con grande gentilezza, di non parlare in pubblico, di non incontrarmi con alcun giornalista straniero e soprattutto di stare alla larga da individui politicamente coinvolti come Liu Xiaobo e Zhou Duo, due dei quattro intellettuali che negli ultimi giorni del movimento democratico studentesco avevano iniziato uno sciopero della fame in segno di solidarietà. Zhou Duo, ex professore di economia all'Università di Pechino, è un mio caro e vecchio amico. È un uomo pacato, molto colto, con un debole per la filosofia e la musica classica. Nel 1989 fu coinvolto dal movimento democratico dopo che il più estroso e carismatico saggista Liu Xiaobo aveva dichiarato che egli era uno dei più importanti intellettuali della nostra generazione. Zhou Duo in precedenza non si era mai interessato molto alla politica, e rimasi sorpreso venendo a sapere che aveva aderito allo sciopero della fame. Il3 giugno, sul tardi, Zhou Duo andò con una rockstar di Taiwan di nome Hou Dejian a negoziare con l'esercito. Mentre gli studenti si accalcavano terrorizzati sotto il monumento agli Eroi del Popolo, egli supplicò l'esercito di permettere che i giovani abbandonassero la Piazza sani e salvi. I suoi modi calmi e diplomatici senza dubbio hanno salvato migliaia di vite.

Diversamente da Liu Xiaobo, che adesso è in prigione per la terza volta per aver firmato una petizione l'anno scorso con la quale si chiedeva una riforma politica, Zhou Duo è scomparso dalla vita pubblica. Non è stato più in grado di lavorare né di pubblicare nulla dal 1989 e vive costantemente sotto l'occhio vigile della polizia. Rimpiange di essersi impegnato nelle manifestazioni e di essersi rovinato la carriera. Avendo trovato Dio, riesce a organizzare piccole funzioni alla periferia di Pechino, nel suo appartamento tenuto sotto controllo, e trascorre la maggior parte del proprio tempo a tratteggiare modelli di sviluppo per il futuro politico della Cina, ma pochi li leggeranno mai. Prima delle Olimpiadi siamo riusciti a scambiarci qualche parola sul suo telefono intercettato dalla polizia, ma non ho osato proporgli di incontrarci di persona.


Nel febbraio di quest'anno sono tornato in Cina per svolgere ricerche per il mio prossimo libro. Le autorità cinesi conoscono i miei romanzi pubblicati in Occidente, compreso l'ultimo, Beijing Coma, che parla di uno studente ucciso in Piazza Tienanmen, e finora mi hanno ugualmente concesso di tornare nel mio Paese. Alla dogana mi perquisiscono sempre, confiscano i miei documenti e controllano ogni mio movimento, ma senz'altro hanno capito che fintantoché mi negheranno la possibilità di parlare in Cina, non posso fare grandi danni. Quantunque il mio prossimo libro non abbia nulla a che vedere con Tienanmen, pochi giorni dopo il mio arrivo nel febbraio scorso mi sono involontariamente trovato ancora una volta attirato da quell'enorme spazio aperto. Ci sono arrivato in taxi. La Piazza era completamente deserta, ricoperta da un manto di neve. Le conifere verde smeraldo lungo tutto il suo perimetro sembravano indicare il cielo. Ho abbassato il finestrino per scattare una fotografia, ma ancora prima che potessi premere l'otturatore il tassista mi ha intimato urlando: "Chiuda subito quel finestrino! C'è una nuova legge, non lo sa? Tutti i finestrini dei taxi devono essere chiusi quando si attraversa Piazza Tienanmen. Adesso questa è definita una "zona politicamente sensibile"".


Il 2009 è un anno di ricorrenze importanti in Cina, tra le quali il sessantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare e il ventesimo del Massacro di Tienanmen. Il governo è più all'erta che mai. Ho tirato su il finestrino, osservando la piazza, rammentando una moltitudine di braccia alzate, di bandiere, di cartelloni. Le urla di un milione di manifestanti messi a tacere sono riecheggiate nella mia mente, dicendomi più cose di quante i miei occhi potessero vedere.


Mi sono occorsi dieci anni per terminare Beijing Coma. Nei primi ho scritto molto poco. Un'immagine ricorrente mi paralizzava, impedendomi di proseguire: un uomo nudo, su un letto di ferro, un passerotto appollaiato sul suo braccio, il petto illuminato da un raggio di luce fredda. Questi dieci anni sono stati per me dieci anni di battaglie, per chiarire a me stesso il potere e il significato di quell'unico raggio di luce.


"Come è possibile che gli uomini siano così bravi a trasformare il loro paradiso in un inferno?" ho borbottato tra me e me, con gli occhi chiusi. Il tassista ha guardato fuori dal finestrino e ha detto: "La neve che vede adesso è nulla... Avrebbe dovuto vedere quanta ne è caduta nel nostro villaggio! "Senta, ho cambiato idea, non voglio più andare nella Piazza. Per favore, torni indietro e mi riporti a Tongxian" gli ho detto.


All'improvviso provavo il forte desiderio di far visita all'artista e fotografo Chen Guang. Le foto che ha scattato molti anni fa, di se stesso circondato da donne nude o mentre fa sesso con una prostituta, erano crude espressioni di una prorompente rabbia interiore. In tempi recenti ha portato a termine invece una serie di dipinti a olio del Massacro di Tienanmen e li ha messi su Internet. Io volevo vederli con i miei occhi.


L'appartamento di Chen Guang a Tongxian è in un anonimo condominio moderno. Al centro di una stanza spoglia c'era un secchio di plastica pieno zeppo di mozziconi di sigaretta. Alle pareti erano appese tele con verdi tank vorticosi, soldati con l'elmetto e tende rase al suolo.


Mi ha offerto un bicchiere d'acqua e mi ha confessato che nel 1989 si era arruolato nell'esercito. Aveva soltanto 17 anni. Nel giro di pochi mesi dacché era entrato nell'esercito, il suo reggimento, il 62°, è stato mandato a Pechino per reprimere il movimento studentesco. Il 3 giugno con i suoi commilitoni aveva ricevuto l'ordine di mettersi in abiti civili, di intrufolarsi tra la folla e di raggiungere in modo indipendente la Grande Sala del Popolo sul lato occidentale della Piazza, per attendere il segnale convenuto e dare inizio all'allontanamento degli studenti.


"Eravamo in settemila" mi ha raccontato, accendendosi un'ennesima sigaretta con il mozzicone della precedente ancora accesa, "e mi è stato impartito l'ordine di trasportare quattromila fucili d'assalto nella Grande Sala. Mi sono vestito come uno studente qualsiasi, ho caricato le armi su un autobus di linea confiscato dall'esercito e ricordo che, mentre l'autista si dirigeva attraverso la fitta massa di studenti in Viale Changan, ho temuto che qualche ragazzo potesse saltare a bordo e accorgersi delle armi sistemate per terra. Così mi sporsi dal finestrino e iniziai a fare con le mani il segno di vittoria. Quando abbiamo raggiunto il retro della Grande Sala e ci siamo chiusi i cancelli alle spalle, ho trascorso più di due ore a scaricare le armi, una dopo l'altra. Erano tutte nuove fiammanti. Alla fine ero intriso di olio da capo a piedi".


Non mi era mai capitato di sentire il racconto della repressione da un soldato, in prima persona. Ha dato un tiro alla sigaretta e ha continuato a raccontare, con gli occhi che iniziavano a farsi rossi: "Ogni soldato ha ricevuto un fucile carico nuovo fiammante e l'ordine di disporsi in colonna. Per la maggior parte eravamo tutti ragazzini di paese appena entrati nell'esercito. Erano giorni che non mangiavamo. Ci sentivamo deboli, avevamo molta paura, ed eravamo convinti che saremmo morti. Alcuni si sono suicidati, altri tremavano al punto che inavvertitamente aprivano il fuoco sui loro commilitoni. A mezzogiorno del 4 giugno le porte della Grande Sala si spalancarono. Fuori c'era il finimondo. Le forze speciali in tuta mimetica brandivano le baionette e rincorrevano gli studenti rimasti nella Piazza. Accanto, un gruppetto prendeva a calci uno studente caduto a terra e lo colpiva al cranio con il calcio dei fucili. In lontananza udii il suono di una mitragliatrice e vidi la Dea della Democrazia investita e schiacciata da un carro armato... Imbracciai il fucile ma non avevo idea di dove puntarlo. Mi ordinarono di dare una mano a ripulire la Piazza e a distruggere le prove. Attraversai a piedi quella distesa caotica di tende cadute a terra, lenzuola, sandali, depliant, raccolsi due giornali e una lunga treccia di capelli neri legata all'estremità con un elastico. Immaginai che qualche ragazza se la fosse tagliata in preda alla disperazione, una volta arrivato l'esercito... ".

Gli ho domandato qual è il ricordo che gli è rimasto maggiormente impresso nella memoria e mi ha risposto: "Dopo aver sigillato il centro di Pechino abbiamo potuto avventurarci ovunque, in luoghi nei quali di norma non possiamo entrare. Ricordo di aver vagato nel complesso di Zhongnanhai. Tutti i leader del governo avevano abbandonato precipitosamente da qualche giorno le loro ville. I loro animali domestici, cani e gatti, vagavano digiuni e affamati, chiusi fuori di casa. Ricordo cose così, e altri dettagli del genere. Ma se chiudo gli occhi e ripenso a quei giorni, vedo solo una cosa: il colore verde, un verde vorticoso, da incubo, di elmetti e carri armati".

Gli ho raccontato che quantunque durante la repressione non fossi a Pechino, anche a me, ogni volta che cerco di descrivere quei giorni nei miei libri, viene in mente questo spaventoso color verde, un mare di uniformi impietose che uccidono e mutilano. Sono arrivato a immaginare che all'alba del 4 giugno anche il Sole nascente si sia colorato di verde.

Gli ho chiesto perché si fosse deciso a parlarne proprio quel giorno. "É il ventesimo anniversario quest'anno. Credo che sia venuto il momento... In ogni caso non posso tenermi dentro ancora a lungo questo incubo". Chen Guang è uno dei pochissimi artisti che ha osato sfidare Piazza Tienanmen a testa bassa. Il giorno seguente alla mia visita, il suo sito su Internet è stato oscurato dalla censura: era rimasto online appena tre giorni.

I cinesi hanno stretto un patto faustiano con il loro governo: hanno acconsentito a mettere nel dimenticatoio le loro richieste di libertà politica e intellettuale in cambio di maggiori comodità materiali. Vivono prosperamente, ma nelle loro vite non c'è spazio per nessuna manifestazione di dolore. Quando parlo ai giovani cinesi del 1989, invariabilmente mi accusano di diffondere false voci, di essere un traditore della mia patria. Quando ne parlo con i miei vecchi amici di un tempo, la maggior parte di loro ridacchia in modo sprezzante, come se quegli avvenimenti fossero ormai irrilevanti. Io so, però, che dietro la loro dimostrazione di scherno o di apatia c'è paura. Paura vera. Tutti sanno che qualsiasi tentativo di infrangere il tabù Tienanmen può rovinare la vita propria e quella dei propri famigliari ancora oggi. Le autorità dal canto loro avranno anche il monopolio delle risorse dell'intera nazione, ma non potranno mai avere il pieno controllo dell'anima di questa nazione, e ogni giorno vivono nel terrore che il complicato castello di menzogne che hanno edificato possa crollare da un momento all'altro.


La libreria Xidan, a cinque minuti a piedi lungo il Viale Changan dal complesso governativo di Zhongnanhai, è la più grande di tutta l'Asia. Pochi giorni dopo aver fatto visita a Chen Guang, mi ci sono recato per comperare la traduzione in cinese di Austerlitz, di W. G. Sebald. Come il protagonista di quel libro, anche io sono sempre in difficoltà per cercare di capire di quanti ricordi ha bisogno una vita umana. In quell'immenso edificio di cinque piani si vendono fino a centomila libri al giorno. Accanto al portone principale spiccava un grande poster con l'immagine sorridente del presidente Obama. In quella libreria si possono comperare versioni in cinese delle ultime novità nel settore scientifico o economico, libri che ripercorrono i cinquemila anni di storia della Cina, ma non si trova neppure una parola sul Massacro di Tienanmen, né un purché minimo resoconto accurato di altre tragedie che i Comunisti hanno inflitto ai cinesi dal 1949 a oggi. Questi capitoli mancanti della storia nazionale indeboliscono l'autorità di ogni altro testo cinese presente su quegli scaffali.


Il mio telefono cellulare ha squillato. Avevo fissato un appuntamento nella libreria con Liu Hua, un sopravvissuto di Tienanmen, figlio di un docente dell'Università di Pechino. Ho guardato fuori dalla vetrina e ho capito subito che l'uomo lì davanti non poteva che essere lui: era l'unico tra la folla ad avere un braccio solo.


Ci siamo avviati a piedi fianco a fianco lungo Viale Changan. Soffiava un vento gelido e la neve sul marciapiede era stata spalata verso alcuni alberi di agrifoglio. Le rosse mura antiche di Zhongnanhai brillavano nel Sole del tardo pomeriggio. Siamo arrivati all'incrocio di Liubukou. Alcuni anni prima mi ero fermato in quel punto a scattare alcune fotografie che mi servivano per le ricerche per Beijing Coma, e avevo cercato di mettere a confronto ciò che avevo sotto gli occhi con i resoconti che mi avevano fatto gli esuli cinesi del massacro che si era svolto proprio lì, nel 1989. In quel momento, con Liu Hua a farmi da guida, tutto sembrava quadrare. Hua era arrivato in quel punto all'alba del 4 giugno, in compagnia di due giovani studenti. "È qui che è successo, proprio accanto a quelle inferriate bianche. Un carro armato stava percorrendo il Viale Changan sparando gas lacrimogeno. Eravamo un bel gruppo di studenti. Abbiamo iniziato a tossire e a sentirci soffocare. Ci siamo gettati a terra sul marciapiede, e io mi sono schiacciato contro quelle inferriate. Una ragazza è caduta in ginocchio davanti a me. Mi sono aggrappato all'inferriata con una mano per cercare di non cadere. Con l'altra le ho allungato un fazzoletto e le ho detto di usarlo a mo' di maschera, per coprirsi naso e bocca. Proprio mentre mi chinavo verso di lei per darglielo, un altro tank è arrivato a tutta velocità e ci è venuto addosso. Tredici persone sono state schiacciate e ridotte in poltiglia. Io ho perso soltanto il braccio. Il comandante del carro armato era perfettamente consapevole di quello che stava facendo".


Liu Hua ha guardato fisso un punto dell'asfalto ai suoi piedi. Poi ha alzato lo sguardo nervosamente verso le camionette della polizia parcheggiate dirimpetto. Era l'ora di punta, automobili e taxi guizzavano da tutte le parti. "Che esperienza terrificante deve essere stata" gli ho sussurrato, toccando le inferriate bianche. "Sì, è stata proprio terrificante" mi ha risposto tranquillamente. Poi ha aggiunto: "Tuttavia, mi sono spaventato davvero soltanto quando Deng Xiaoping ha parlato alla televisione rivolgendosi ai soldati che avevano imposto la legge marziale e ha detto: "Gli stranieri sostengono che abbiamo aperto il fuoco, e questo lo ammetto. Ma sostenere che i carri armati abbiano caricato cittadini inermi è proprio una deplorevole menzogna". Mi è parso che la testa mi scoppiasse: io ero una prova vivente che quella era la verità. E se un giorno fossero venuti a cercarmi? Per due anni non ho osato uscire di sera, e non ho mai parlato con nessuno di quello che mi era successo. Tutti i giorni i poliziotti venivano a interrogarmi, ma nessuno di noi ha mai pronunciato la parola "carro armato". Ogni 4 di giugno, arrivano a casa mia agenti di polizia con materassi e lenzuola: si sistemano per terra a dormire nella mia camera, solo ed esclusivamente per impedirmi di parlare con qualche giornalista straniero".

Mentre il Sole tramontava, siamo entrati in un ristorante. Ho guardato in direzione di Zhongnanhai e ho pensato ai leader di governo che all'interno di quelle mura sempre più scure dovevano essere seduti a cena con le loro famiglie, nelle loro ville sontuose, con cani e gatti ben nutriti tra i piedi.

Liu Hua si è girato verso di me e si è sfogato: "Quei Comunisti assetati di sangue! Che diritto avevano di privarmi di un braccio? Se non porgeranno le loro scuse per la repressione e non si offriranno di risarcire le vittime, li porterò in tribunale!".


"Accertati di mettere al sicuro tutte le tue prove e le tue cartelle cliniche. Il giorno del giudizio dovrà pur arrivare" gli ho detto. Mi sorprende sempre quanta fede i cinesi ripongano nel sistema giudiziario: in un paese in cui non c'è legalità, la nostra unica arma nella lotta per la giustizia è la forza delle nostre convinzioni.


Senza questi testimoni, saremmo sempre più lontani e distaccati dalle atrocità commesse a Tienanmen. In soli venti anni la Generazione Tienanmen che ha ispirato popoli di tutto il mondo, facendoli ribellare contro i dispotismi, è pressoché scomparsa. Gli insegnanti nelle scuole, i genitori, i lettori dei notiziari e interi eserciti di censori hanno contribuito a mettere a tacere un'intera generazione. A togliere i morti dall'oblio e a lottare per la verità sono rimasti soltanto pochi sopravvissuti coraggiosi come Liu Hua, Chen Guang, e molti altri come Ding Zilin, fondatrice delle "Madri di Piazza Tienanmen", un gruppo di supporto.


Non tutti coloro che persero la vita quel 4 giugno lo fecero inconsapevolmente: alcuni scelsero di proposito di avanzare verso i fucili puntati loro addosso. E mentre le pallottole li raggiungevano, forse un pensiero deve avere attraversato le loro menti: "Questo è il momento più difficile. Dopo verrà la luce". Quegli individui privi della libertà scelsero di morire così che milioni di altri potessero tornare a vivere liberamente e a porre rimedio alle ingiustizie del passato. L'unico privilegio di chi si sacrifica per una causa consiste nel costringere l'oppressore a vivere con l'onere della colpa.

Ripenso a mio fratello, che esattamente venti anni fa cadde in coma. Sua moglie e i suoi figli lo hanno abbandonato da tempo. Oggi, tuttavia, è in grado di mangiare, bere e dormire, ma non ha emozioni o coscienza di sé. Non riesce a parlare, ma davanti a uno spettacolo della televisione è capace di ridere fino alle lacrime. Il più delle volte se ne sta a fissare il soffitto per ore. Non è padrone della propria vita. Come tutto il popolo cinese.

Eppure, l'ultima volta che gli ho fatto visita è successa una cosa davvero straordinaria. Spesso gli metto in mano una penna e osservo ciò che disegna: il più delle volte traccia scatole e croci, qualche volta scrive il mio nome o quello della sua prima ragazza. Ma l'ultima volta ha disegnato un cavallo che galoppa in un prato senza confini. Benché le linee fossero tracciate con mano tremolante, erano pur sempre più eloquenti di quelle che avrei potuto disegnare io. Per un istante, ho intravisto un debole raggio di luce illuminargli il petto e ho capito che c'è ancora speranza.

© Ma Jian ( Maggio 2009, Londra)

Traduzione di Anna Bissanti

Nomadi - Uno Come Noi

 

Con il tuo esile corpo hai fermato un carro armato,
bastava un ordine e saresti stato schiacciato.
Ma per un momento è stato come se tutto il mondo
fosse fermo lì davanti a te, a un piccolo uomo
a un grande uomo, a uno come noi.
Sarebbe facile dire che tu hai sconfitto un'idea,
come se odio e violenza avessero solo quel colore.
Ma sto pensando a tutti quelli che hanno pagato
nel silenzio e nel dolore, perché il carro armato
non s'è fermato, niente ha risparmiato.
Ti voglio dire che né politica, né religione,
danno il diritto di troncare la vita di un uomo.
Che sogna solo una casa una donna un lavoro,
di essere libero e un poco felice in un mondo migliore
fatto di gente, gente come noi.
Con il tuo esile corpo hai fermato un carro armato
bastava un ordine e saresti stato schiacciato.
Ma per un momento è stato come se tutto il mondo
fosse fermo lì davanti a te, a un piccolo uomo
a un grande uomo, a uno come noi.

 

 

6/1/2009

Jacques Prevert - Alicante

A Yoghi
 

Une orange sur la table
Un'arancia sul tavolo

Ta robe sur le tapis

il tuo vestito sul tappeto

Et toi dans mon lit

e nel mio letto, tu

Doux présent du présent

dolce dono del presente

Fraîcheur de la nuit
frescura della notte

Chaleur de ma vie

calore della mia vita...

5/29/2009

Trilussa - Il passero ferito

 
 
5/26/2009

Emily Dickinson - Solitudine

 

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte - eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.

 

5/25/2009

Questo è SOLO per le RAGAZZE! Nessun altro potrebbe capire...

"rubata" al wild web...
 

Recentemente ho guardato due trasmissioni televisive, che insistevano sul fatto che la quarantina è una bella età per le donne. La settimana scorsa, Oprah conduceva una trasmissione che discuteva su quanto sia piacevole il tempo della menopausa…

Buuuuuuuuuuuuu!

Ci ho riflettuto bene per conto mio e vorrei mettervi a parte dei miei pensieri. Che voi abbiate 40,50 o 60 anni, vi ci riconoscerete sicuramente.

La menopausa è quando la crescita dei peli sulle nostre gambe rallenta. Questo ci dà più tempo per occuparci dei nostri nuovi baffetti.

In menopausa, le donne non hanno più le braccia muscolose, hanno una piccola quantità di pelle che pende sotto le braccia. Non facciamo più parte della categoria delle donne che possono permettersi di indossare delle camicette senza maniche, sembriamo piuttosto degli opossum che volano da un albero all’altro.

La menopausa è quando possiamo stare in piedi davanti allo specchio e siamo capaci di vedere il nostro posteriore senza doverci girare.

La menopausa è quando facciamo una mammografia e realizziamo che la sola occasione in cui qualcuno ci chiede di metterci in “topless”.

La menopausa è quando ci prende il desiderio di afferrare una di quelle ragazzine così graziose dal corpo ancora sodo e gridarle “Ascolta, carina, anche l’impero romano si è disfatto e questo ti succederà un giorno”.

La menopausa ci dona la saggezza di riconoscere che la vita ci dà delle curve, e che noi siamo sedute sulle più grasse.

La menopausa è quando guardiamo nostro figlio adolescente, che sa tutto e che ciondola in giro con il suo cellulare e pensiamo: “Ho accettato di avere delle smagliature per QUESTO!”

In menopausa, cominciamo ad avere delle perdite di memoria. In fatti, la sola cosa che riusciamo a ritenere, è l’acqua.

In menopausa, siamo più riflessive… cominciamo a porci le “grandi domande”. Cosa è la vita? Perché sono qui? Quanto gelato posso mangiare prima che il mio fegato non sia più così sano?

Comunque, la menopausa ci permette anche di apprezzare ciò che è davvero importante.

Realizziamo che il nostro decolté si affloscia, i nostri fianchi si espandono e il nostro mento raddoppia, ma le persone che amiamo di più riempiono le nostre giornate. 

Scambieremmo le conoscenze che abbiamo adesso con il corpo che abbiamo già avuto?

Forse, il nostro corpo deve semplicemente espandersi per poter contenere tutta la saggezza e l’amore che abbiamo accumulato nel corso degli anni.

E’ la mia filosofia e mi ci aggrappo!

 

Sugarfree - Cleptomania

 
Sono affetta da un morbo incurabile
Il mio difetto è un istinto incontrollabile
Se ti vedo devo averti tra le mie mani!
Liquidata da ogni dottore:
 “Non rimedio” queste le parole
Ma la mia cura potresti essere tu...
prima o dopo i pasti non importa
Due o tre volte al giorno sì mi bastano per sperare...
Aiutami a guarire da questa mia malattia
Affetta da una strana forma di cleptomania…
Voglio averti mio, solamente mio.
Ora che non ho più via d’uscita
Ora che ogni porta è stata chiusa
Apri almeno le tue gambe verso di me…
Prima o dopo i pasti non importa
Due o tre volte al giorno sì mi bastano per volare
Aiutami a guarire da questa mia malattia
Affetta da una strana forma di cleptomania …
Voglio averti mio, solamente mio
Già sto meglio se ti tengo tra le mie mani
Sto guarendo se ti tengo tra queste mani
Aiutami a guarire da questa mia malattia
Affetto da una strana forma di cleptomania
Voglio averti mio, solamente mio…
 

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RespirazioneCardioPolmonare

 

 
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E' ora di cambiare...

 
lascia che te ne conti i modi...
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almeno una volta nella vita
ma che vorrei riuscire a fare

Dedicato a chi capisce quando il gioco finisce e non si butta giù...

ai miei pensieri, a com'ero ieri e anche per me!

 

  

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L'amicizia è un sentimento che vive nel profondo dell'anima. E'l'unica cosa al mondo che non si esprime ma si legge nel cuore.
 
Sereno fine settimana....Rosa rossa
1 day ago
stella-76wrote:
....e io spero che tu continui a volare
per sempre....!
un grande bacio cassy
3 days ago
 
Semplicemente...GRAZIE per le belle parole....Rosa rossa
4 days ago
6 days ago
 
Grazie! Rosa rossa
June 24
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